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La lotta di Alfredo Cospito ha avuto il merito di rimettere al centro del dibattito e delle mobilitazioni le questioni del 41bis e dell’ergastolo e la lotta per la loro abolizione, riuscendo a inquadrare il ruolo e le trasformazioni del circuito carcerario- sistema di isolamento e annientamento per migliaia di persone- nello sviluppo delle contraddizioni e della crisi del sistema capitalistico che impongono una progressiva accelerazione in senso securitario e reazionario.

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nStiamo assistendo, oramai da decenni, ad una trasformazione organica del rapporto tra stato e società che rispecchi da un lato le esigenze della riorganizzazione del lavoro- sfruttato, precario, pacificato- e dall’altro risponda alle difficoltà di governare le contraddizioni sempre più esplosive della crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.

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Tutto viene predisposto per mantenere la società violentemente divisa tra sfruttati e sfruttatori.

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L'intera società, riassunta nei centri vetrina, nelle stazioni ferroviarie, nelle periferie ghetto e nei quartieri militarizzati, negli aeroporti, nei centri commerciali, nelle carceri stracolme e nelle scuole aziendalizzate deve presentarsi come la sovrastruttura, come il riflesso ideologico dello zero conflitto che la classe dominante cerca faticosamente di imporre da decenni.

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La realtà è ben diversa, divisa com’è violentemente tra pochi sfruttatori e una massa sempre più grande di sfruttati e sfruttate.

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Esiste una parte della popolazione inserita nel mercato del lavoro sempre più precaria e sfruttata, e una massa di esclusi, che lo stato dei padroni usa come massa di ricatto verso gli occupati.

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Affinché le lotte degli occupati e disoccupati non si uniscano lo stato da decenni porta avanti politiche di attacco al diritto di sciopero e di manifestare, di esclusione, di tolleranza zero e di criminalizzazione.

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I media di regime assumono la funzione di organi di propaganda per la legittimazione della guerra, della militarizzazione dei territori, del controllo sociale e della repressione.

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In questo scenario brevemente accennato, le carceri, essenza del monopolio statuale della violenza, diventano un modello di riferimento da applicare alla vita sociale, per un controllo sociale sempre più capillare e asfissiante.

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Un monopolio della forza che ha il suo apice nelle istituzioni totali e nel sistema penale che sposta sempre più il suo baricentro contro il nemico interno, affermandosi sempre più come “diritto penale del nemico”, dove non sei più perseguito/a per ciò che fai, ma per ciò che rappresenti.

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In una fase in cui crisi e ristrutturazione delle filiere di produzione, guerra e impoverimento generalizzato, conducono lo Stato e i suoi governi a intensificare processi di repressione penale e securitaria su tutti i piani sociali – dalle fabbriche alle scuole, dai quartieri proletari alle fasce di popolazione ulteriormente marginalizzate, dal controllo carcerario nei CPR fino al tentativo di sottomissione totale della forza lavoro più ricattabile, ovvero quella migrante- l’emancipazione della classe degli sfruttati può concretizzarsi unicamente in tante lotte diverse che, però, abbiamo come obiettivo ultimo il superamento del capitalismo nella sua accezione più generalizzata di sistema economico e sociale.

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Quando parliamo di classe, non possiamo commettere la leggerezza di rimanere vaghi: parliamo di detenuti e dei loro familiari; parliamo della gente che vive nei quartieri popolari; parliamo delle fasce marginali di popolazione.

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Dinanzi allo scenario descritto pensiamo sia necessaria la creazione di un soggetto nazionale che tenga su uno stesso terreno, chiaro e ampio, di lotta, tutti e tutte.

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Una “rete” che sia un supporto e un riferimento per tutte le realtà che vi aderiscono e che, pur mantenendo la propria autonomia politica organizzativa, si ritrovano su un’impostazione comune che inizi a tracciare le basi e le coordinate adeguate, appunto, agli scopi che ci prefiggiamo.

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La costruzione di una rete anticapitalista di solidarietà e di lotta, contro l’apparato repressivo dello Stato borghese, che ha nel carcere la sua punta più avanzata, diventa sempre più urgente e necessaria.

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Una rete che sia capace nel suo divenire di collegarsi con le realtà in lotta, esistenti o in formazione, sui vari terreni dello scontro, ma anche con quelle che ancora non si distinguono con una chiara connotazione anticapitalista.

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Avere chiara la prospettiva della propria azione, fa sì che si possa lavorare a tutte le alleanze possibili: tutte le rivoluzioni, o più semplicemente tutte le conquiste avvenute anche sul piano economico e sociale, sono state possibili perché si è mossa una dimensione di massa di lavoratori, di disoccupati, di studenti.

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Riteniamo necessario un intervento di questo genere a tutti i livelli.

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Sul piano della circolazione delle informazioni, per comunicare efficacemente e in fretta, attraverso l'utilizzo di quegli strumenti come blog, siti internet e radio indipendenti che in questi mesi hanno contributo a questo scopo, ma anche con la costruzione di altre piattaforme esclusivamente a questo dedicate.

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Sul piano della messa in rete di riferimenti legali regionali, con avvocati disponibili e mobilitabili sia per interventi professionali, militanti che di studio e analisi.

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Sul piano della chiarezza di obiettivi di classe, con la costruzione di campagne di mobilitazione connotate in questo senso.

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Rispetto all'intervento politico effettuato su ergastolo e 41bis nell'ultimo anno, andrà probabilmente sviluppato un bilancio, finalizzato a cogliere le potenzialità non colte, gli errori, evitabili o meno, che sono stati commessi.

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Ma se nella ricchezza della molteplicità di iniziative che si sono sviluppate, limiti ed errori sono stati fatti, questi sono dipesi in larga parte dal fatto che i tempi non erano probabilmente maturi per la definizione di un piano politico-organizzativo adeguato agli scopi che ci diamo, collettivamente condivisi, in cui tutti e tutte ci possiamo riconoscere.

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Le campagne devono continuare, ognuna nelle direzioni che gli sono più consone, così come le assemblee cittadine e così come tutti i luoghi fisici e culturali di lotta esistenti devono essere sostenuti però questo non basta dinanzi ad un nemico che, nonostante le difficoltà a governare e gestire le contraddizioni capitalistiche, continua a garantirsi profitti enormi sulle spalle degli sfruttati e delle sfruttate.

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È evidente che, quando il potere innalza i suoi apparati repressivi, non è disposto a tornare indietro.

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Questo ci costringe a misurarci con un nemico progressivamente sempre più forte.

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Basta, d'altronde, riflettere su come tutta la legislazione speciale emanata negli anni Settanta non sia stata mai dismessa, ma anzi, lo Stato l’abbia rafforzata e ampliata, fino agli ultimi “decreti sicurezza”, alle politiche di militarizzazione crescente e al controllo capillare dei territori e dei quartieri metropolitani, sempre più videosorvegliati.

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Né passi indietro vengono fatti rispetto al destino dei prigionieri politici degli anni Settanta e Ottanta, che ormai sono in carcere da più di quarant'anni (tre di loro, da venti, nel regime torturatorio del 41bis).

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In questo senso è fondamentale trovare degli strumenti per comunicare in maniera chiara ed efficace chi siamo e cosa vogliamo, e questo significa avere connotazioni politiche precise, ma anche l'intelligenza di non precludersi nessuna strada, e non sottovalutare nessun linguaggio.

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Se allo stato attuale non abbiamo la forza di mobilitare ampi settori di classe, è fondamentale almeno la consapevolezza di star agendo sul lungo periodo, e la disponibilità a farlo con continuità, in maniera organizzata, mettendo al centro ciò che ci unisce e non quello che ci divide, trovando nella dialettica tra le varie posizioni la capacità di innalzare la nostra coscienza collettiva.

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Far avanzare questa mobilitazione significa dal punto di vista pratico costruire passaggi estremamente concreti, e dal punto di vista politico collegare, e far comunicare tra loro, carceri e periferie, fabbriche e scuole, università e piattaforme della logistica, senza illusioni di semplicistici passaggi, ma con una chiara determinazione di prospettiva politica.

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