L’estate appena trascorsa è stata il banco di prova delle strumentazioni repressive che hanno svelato la natura sempre più militaresca e nazionalista del governo. Alcuni avvenimenti, che in molti quartieri e per i rispettivi abitanti abitanti fanno parte di una quotidianità sempre più incrinata dall’aggravarsi della miseria sociale, sono venuti alla ribalta mediatica permettendo a Giorgia Meloni e al suo entourage di specificare la direzione del governo nella risoluzione di problematiche che, seppur approcciate in modo differenziato, rimandano a una strategia comune.

Di fronte agli eventi violenti avvenuti a Napoli e in provincia nelle ultime settimane la risposta dello Stato è stata quanto di più muscolare si potesse mettere in campo: a Caivano, e soprattutto nel blitz di inizio settembre ai Quartieri Spagnoli e successivamente in altri quartieri, abbiamo assistito a un ingente dispiegamento di forze dell’ordine con l’obiettivo immediato di rispondere alla domanda di “più sicurezza” che di getto in molti hanno avanzato dopo questi eventi.

Una reazione prevedibile da parte di un governo così dichiaratamente vicino alle forze dell’ordine e all’uso massiccio della repressione come strumento politico e sociale, ma che nelle sue dimensioni, in particolare con il blitz di 800 unità delle FF.OO. avvenuto tra i Quartieri Spagnoli e Tor Bella Monaca, è stata addirittura superiore alle eventuali aspettative. Un comportamento dei commissariati da monitorare, perché sono sempre più frequenti le segnalazioni di presidi di FF.OO. fatti da decine di volanti e personale, quasi a suggerire un tentativo sempre più costante di concentrazione delle operazioni di controllo volto a manifestare più chiaramente la presenza dello Stato.

foto del blitz di ieri

Siamo consapevoli che queste prove muscolari non hanno alcuna efficacia nel ribaltare o migliorare le condizioni che generano la deprivazione sociale e culturale alla base di quegli eventi andando invece ad acuire processi di militarizzazione e controllo che acuiscono l’esclusione sociale e la ghettizzazione. A chi è scartato dal mercato del lavoro; a chi vive quotidianamente l’inasprimento della polarizzazione economica presente; a chi non conosce altra alternativa alla miseria se non la criminalità e la violenza, lo Stato risponde attraverso la repressione e il confinamento nelle strutture carcerarie che, sempre più, dimostrano la loro funzione di allontanamento, anziché di reinserimento e rieducazione, dei detenuti. Chi delinque e chi ingrossa le fila sempre più ampie del proletariato extra-legale è un rifiuto della società, e come tale deve essere trattato: questo è l’approccio del governo, che al momento riscuote anche un discreto successo di consenso nell’opinione di massa.

È lo stesso canovaccio che è stato recitato rispetto ai denominati “fatti di Palermo” -dicitura che, ci teniamo a precisare, anziché estendere quel singolo episodio a manifestazione di un problema più ampio e complessivo, lo riduce ad evento sporadico, isolato e contingente-. Di fronte al moltiplicarsi dei casi e dell’efferatezza delle violenze di genere l’opzione più comoda e conveniente è stata quella di ergere un muro di difesa alle possibili critiche sistemiche e strutturali: non si deve parlare di società patriarcale, di problema culturale legato alla violenza, di connessione inscindibile tra sistema produttivo attuale e oppressione di genere, ma bisogna creare il mostro da sbattere in prima pagina e poi in galera.

L’obiettivo di una tale politica è, perciò, non quello di arrivare alle fondamenta invisibili dei fenomeni visibili, alla radice malata delle piante appassite, ma quello di creare un nemico nell’immaginario collettivo su cui ricadano tutte le responsabilità e le colpe di un fallimento che invece, lungi dall’essere personale, è legato a dinamiche sempre più sociali.

Come stupirsi degli stupri di gruppo avvenuti a Palermo e a Caivano all’indomani di eventi come il “caso” di Leonardo Apache La Russa, che alimentano un clima di giustificazionismo e difesa del carnefice a costo della colpevolizzazione della vittima? È più facile pensare che un ragazzino di 17 anni sia deviato, anziché interrogarsi su come sia possibile per chi è ancora troppo giovane di essere dichiarato perduto? Si sa, è più semplice incitare alla castrazione chimica piuttosto che sottolineare la dimensione strutturale di un fenomeno tanto sociale quale la violenza di genere.

Ed ecco che l’unica risoluzione sembra essere l’emanazione di un decreto legge -il “decreto Caivano” che anziché impegnarsi seriamente, soprattutto nelle zone più critiche del territorio nazionale, nell’estensione degli interventi statali; anziché implementare i servizi sanitari e scolastici; anziché offrire sostegno alle famiglie con grandi disagi economici, irrigidisce ulteriormente il sistema repressivo diminuendo l’età minima dei soggetti da penalizzare ed estendendo la platea dei “reietti sociali” agli adolescenti. Con tale decreto, il cui nome basta a smascherare il lavoro ideologico promosso dalla Meloni nella creazione di un nemico che possa giustificare la stretta della morsa repressiva vengono proposti il diritto di applicazione del “Daspo Urbano” ai ragazzini dai 14 anni in su, il foglio di via obbligatorio, la riduzione del limite per la custodia cautelare per i minorenni. Provvedimenti, questi, che alimentano ulteriormente la ghettizzazione di intere aree extra-urbane e di settori di popolazione che già vivono in condizioni di disagio sociale.

In linea con le caratteristiche di ogni destra che si rispetti, quella attualmente al governo ha messo in pratica un massiccio lavoro di propaganda volta a rivestire di significato ideologico qualsiasi provvedimento politico e ad innalzare un insormontabile divisore tra il cittadino civile e il criminale, tra buono e cattivo, tra giusto e sbagliato. È questo il significato assunto dalle proposte di legge avanzate dalla Meloni, come dal “decreto anti-rave” che ha costruito intorno al soggetto giovanile la rappresentazione delle nuove generazioni bruciate da accusare e incriminare. O ancora, l’abrogazione del Reddito di Cittadinanza preceduta da un forte lavoro di manipolazione dell’opinione di massa a favore della colpevolizzazione dei suoi singoli fruitori, in un paese in cui i tassi di disoccupazione continuano ad essere estremamente preoccupanti.

Facendo leva su una politica della paura e del timore il nuovo governo ha fortificato un preesistente atteggiamento securitario che, anziché interrogarsi e affrontare le cause sistemiche a priori dei fenomeni sociali, li strumentalizza, per usare i due fronti della guerra interna ed esterna nell’alimentare le divisioni interne alla società e imporre i propri pilastri ideologico-culturali.

Un pensiero su “L’estate del governo Meloni tra securitarismo e nazionalismo – Parte 1”

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